
Partiti da Xi’an con la pioggia, raggiungiamo Pingyao con il treno, rapido e pieno di turisti tedescofoni. All’arrivo fa freddino; il gruppo ha un pullman privato che lo attende, noi invece prendiamo l’autobus (il 108 sud). Sul bus facciamo conoscenza con una socievole coppia cinese che parla inglese e ci travolge di domande sull’Italia appena scopre che siamo italiani e che viaggiamo auto-organizzati: tra le altre cose ci chiedono se è sicuro viaggiare in Italia!
Arriviamo nella zona limitrofa al centro; c’è un parco pressoché deserto da attraversare per arrivare alla porta sud della città vecchia.
Varchiamo la porta, oltre la quale sappiamo essere il nostro albergo. Dopo qualche verifica scopriamo che è all’interno del ristorante annesso, con insegne in cinese, quindi di non facile individuazione.
Si tratta di un edificio antico e caratteristico, come tutti quelli della città vecchia. Lo stile è simile all’hotel di Lijiang, ma decisamente meno lussuoso (e più economico). Posiamo tutto nella nostra mini-stanza.
Usciamo e torniamo alla porta per visitare le mura (dove si può salire). Ci fanno entrare gratis!
Effettivamente in tutta la Cina chi ha almeno 60 anni non paga le attrazioni turistiche. Mentre però, nelle altre città, viene controllato il giorno esatto di nascita, qui a Pingyao conta solo l’anno. Una bella fortuna per noi che pur non avendo ancora compiuto gli anni potremo visitare tutte le attrazioni gratis!
Saliamo sulle mura e incontriamo le solite persone in abito caratteristico (questo di etnia Han) e un sosia di Mao.
Facciamo il giro quasi completo (il percorso è interrotto da lavori, ma le mura circondano tutta la città) e ammiriamo i tetti a pagoda e le terrazze delle antiche case.
I tratti meno “turistici” mostrano le case più umili: sia quelle più rurali (con orticelli annessi) sia quelle più inquadrate dal regime (hutong, ovvero lunghe file di bassi edifici suddivisi in unità abitative, con stretti passaggi interni).
Scendiamo dalle mura e gironzoliamo fino a sera per le vie, fin troppo animate da turisti (anche italiani) e da negozi. Ceniamo al ristorante dell’albergo e dopo un giretto serale andiamo stanchi a dormire.
Il 18 settembre veniamo svegliati all’alba da turisti cinesi che urlano nel cortile: la nostra stanza come tutte le altre affaccia sul ballatoio e sul cortile interno, ma evidentemente c’è un gruppo maleducato che si comporta come se non ci fossero altri ospiti.
Facciamo la colazione (assolutamente cinese, ma ormai siamo abituati) in uno stanzone sotterraneo, con grandi tavoli tondi dotati di vassoio centrale girevole per condividere i piatti, e sedie durissime in legno pomposamente rivestite di raso rosso. L’albergo si rivela non essere di buon livello: nonostante sia caratteristico (molti entrano per fare foto) è visibilmente trascurato.
Andiamo a fare il giro degli edifici storici della città.
Partiamo dal “Tempio del Dio della Città“. Così come altri templi, è composto da varie strutture che coprono un’area di circa 7.000 metri quadri, e ha avuto una lunga e travagliata storia che lo ha portato ad essere rinnovato più volte.
L’intero complesso è composto dal tempio principale (del Dio della città), dal tempio del Dio della ricchezza Caishen e dal tempio del Dio della cucina Zaojun, con le loro strutture in legno e relative sculture di Guardiani e Dei.
Passiamo poi al Tempio di Confucio, edificato intorno al VII secolo d.C. sotto la dinastia Tang. Rispetto al tempio taoista appare vuoto e anonimo. Nel tempo fu distrutto e ricostruito più volte. L’ultimo rifacimento risale al XII secolo.
Ci spostiamo poi alla volta del muro dei nove dragoni. Rappresenta il potere imperiale e protegge dai demoni. In tutta la Cina se ne contano pochi: uno qui a Pingyao, un altro (il più grande) a Datong, e due a Pechino.
Visitiamo anche la prima banca di cambio cinese, ovvero la Rishengchang, e la casa del “banchiere”.
Le case, anche se estese su ampi cortili con molte stanze, appaiono “povere” rispetto ai nostri edifici della stessa epoca (tra il 1700 e il 1800) e anche rispetto alla ricchezza dei loro proprietari. Anche il vecchio edificio governativo, l’ultimo complesso che visitiamo, ci appare vuoto e privo di particolarità.
Per spezzare le visite, dato che fa ancora freddino, ci fermiamo a pranzare in un ottimo ristorante locale con dei noodles in brodo fatti a mano (stirando la pasta!) mentre a cena ci accontenteremo di qualche dolcetto dai chioschi.
Il 19 settembre, dopo la colazione nel solito stanzone, ultimo giro fuori le mura; poi si va in stazione: abbiamo il treno per Datong.




























































