Arriviamo alla stazione di Zhangye all’una passata: fa abbastanza caldo ma è piacevole. Schiviamo i tassisti che ci propongono i loro servizi e puntiamo la fermata del bus urbano. Passa dopo 5 minuti, paghiamo al solito con WeChat e raggiungiamo l’hotel in 10 minuti di viaggio. L’albergo è di una catena locale, carino e essenziale. Ci cambiamo e usciamo.

Siamo di fronte alla piazza centrale. Compriamo qualche snack per il pranzo e lo consumiamo all’ombra del parco della “pagoda” (Muta Temple). La pagoda è una torre di legno a nove piani alta oltre 30 metri, costruita originariamente intorno al 550 e ricostruita nel 1926, famosa per la sua struttura interamente a incastro, priva di chiodi o rivetti. Purtroppo però è in ristrutturazione quindi celata totalmente dalle impalcature.

Nonostante l’ora calda ci sono persone, prevalentemente in là con gli anni, intente a fare ginnastica con gli attrezzi a disposizione sulla piazza.

Facciamo quindi un salto alla stazione degli autobus extraurbani, per verificare gli orari di partenza per Danxia (montagne arcobaleno). Ci facciamo capire (un po’ a gesti, un po’ col traduttore automatico) così la gentilissima impiegata alla biglietteria ci mostra sul monitor tutti gli orari di andata e ritorno.

Soddisfatti, torniamo verso il centro e andiamo a visitare il Dafo Temple, noto per il grande Buddha reclinato. Nel cortile troviamo un pannello addobbato con migliaia di nastri e amuleti rossi, simboli augurali e devozionali nella cultura cinese, oltre a diversi e altrettanto tipici incensieri in pietra.

Il tempio è interamente in legno e dall’aspetto molto antico (risale al 1100). Se fuori è uniformemente bigio, dentro, nella penombra, si scorge l’enorme statua reclinata del Buddha, circondata da varie figure (statue dei discepoli e affreschi), colorate anche se un po’ sbiadite. Facciamo il giro del tempio e visitiamo anche il resto del complesso, che include un museo con stampe dell’epoca Quing e relative matrici in legno.

Infine usciamo e ci andiamo a riposare un po’ in hotel prima di cena. Quando riusciamo per mangiare, cerchiamo un posto valido ma con scarso successo. Non conosciamo ancora bene la città e ci spostiamo un po’ a caso tra i ristorantini. Insoddisfatti da dei noodles collosi, ci rifugiamo in un hamburgheria locale, ma anche qui restiamo delusi.

Ritorniamo in hotel passando per la piazza principale, dove decine di persone si esercitano in balli di gruppo. Qui ci sono dei locali che offrono la famosa “hot-pot” (una padella sfrigolante con varie pietanze). Domani, di ritorno dalle Montagne Arcobaleno, ci fermeremo a provarla.

Il 10 settembre, colazione mista cinese-occidentale, come al solito senza tè nero, ma con latte di soia e caffè.

Usciamo e andiamo alla stazione degli autobus extraurbani: le Montagne Arcobaleno ci aspettano. Prendiamo quasi al volo l’autobus (ultimi due posti) e 3/4 d’ora dopo arriviamo.

Il posto è immenso. C’è un’apposita biglietteria e relativo mercato turistico con passaggio obbligato (come al solito organizzatissimi). All’interno, un servizio navette continuo consente di percorrere la lunga strada, con fermate nei punti significativi.

Purtroppo non è permesso andare a piedi dove si vuole (sicuramente per non rovinare le colline e i colori), ma ci sono dei walkboard che permettono di fare ampie passeggiate “controllate”.

I paesaggi sono impressionanti, le colline sono inizialmente offuscate da una nebbiolina, ma poco dopo il vento la fa sollevare e appaiono in tutto il loro splendore. Facciamo dozzine di foto, passiamo da un punto all’altro in un crescendo di colori. Ogni angolo ha le sue caratteristiche ed è bellissimo.

Dopo quattro ore, intervallate da uno snack, torniamo all’uscita, e cerchiamo la biglietteria ed il bus per il ritorno. Non la troviamo.

Chiediamo e ci indirizzano verso un cinese accanto a un pulmino 8 posti che si sbraccia urlando verso di noi in cinese, indicando il suo pulmino. Dopo varie incomprensioni (ci pare strano che non ci sia una biglietteria) il cinese urla e ci indica un cartello sul parabrezza (in cinese) che indica Zhangye come destinazione; lo paghiamo (senza ricevere un biglietto) e saliamo tra l’ilarità generale e le urla del cinese. Partiamo immediatamente.

Scopriamo che quello preso è un taxi collettivo, che stava aspettando gli ultimi due clienti per essere pieno e partire.

Ci lascia regolarmente alla stazione da dove eravamo partiti.

Torniamo in hotel. Poi facciamo una passeggiata per la città, dove anche la “Drum Tower” è totalmente nascosta da impalcature. Scopriamo però la “food street“, che offre tantissime alternative per mangiare, dai piccoli chioschi ai ristoranti, con cibi attraenti di tutti i tipi. Scegliamo un’opzione molto gettonata dai locali, ovvero una padella calda con carne, cipolle e crostini, servita su un fornello.

Dopo il ristorante ci fermiamo anche a un chiosco per una porzione di cocomero a cubetti: valido ma purtroppo caldo (scopriremo che i venditori di frutta da passeggio non usano il ghiaccio). In generale c’è un sacco di gente, evidentemente è un posto amato dai locali. C’è anche un gruppo di donne in costume che balla in una piazzetta. A sera inoltrata torniamo in hotel lungo le strade del centro addobbate di luci colorate.

L’11 settembre, facciamo colazione e usciamo a fare una passeggiata prima di andare a prendere il treno che parte in tarda mattinata. Ci sono tantissimi adulti nei vari giardini a fare ogni tipo di attività fisica: ballo, attrezzi, tai-chi, pallacanestro, volàno… Prendiamo i bagagli e andiamo alla stazione con il bus, che passa subito. Destinazione Jiāyùguān.

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