Siamo partiti da Zhangye in treno, verso l’ora di pranzo. Un po’ titubanti, avendo una prenotazione per due posti “in piedi” (erano finiti i posti a sedere) e su due vagoni differenti. Inaspettatamente però il convoglio è semivuoto, quindi ci accomodiamo sui primi posti liberi che troviamo e ci restiamo senza che nessuno venga a reclamarli per tutto il viaggio.

Il percorso in treno è breve e “piatto” (siamo nel corridoio Hexi), semidesertico dove non irrigato artificialmente, e pieno di tralicci per le linee elettriche dell’alta tensione che trasportano la corrente dalle centrali verso le città.

Arriviamo a Jiāyùguān e prendiamo un taxi per l’hotel (stavolta non abbiamo indicazioni per il bus e in generale il taxi costa pochissimo).

La città è anonima, industriale, parzialmente in costruzione. E’ però un luogo d’interesse per la fortezza (il “Pass”) da cui parte l’estremità occidentale della Grande Muraglia, che andremo a visitare.

Arrivati in hotel posiamo tutto e usciamo in cerca del pranzo. A pochi passi troviamo delle bancarelle ambulanti, e un mercato in fase di chiusura. Compriamo una focaccia molto simile a quelle Uzbeke, e un po’ di frutta.

Prendiamo poi un taxi (basta alzare la mano e arrivano subito) e andiamo al “Pass“, costruito durante la dinastia Ming, a circa 6 chilometri dalla città.

Il luogo è il solito “luna park” cinese: passaggi obbligati per la zona commerciale e navette (a forma di orso!!!) per l’ingresso. E’ pieno di gruppi organizzati, con guide moleste munite di altoparlanti-megafoni. Nel passaggio verso il forte attraversiamo prati pieni di fiori (in pieno deserto!) che decontestualizzano il luogo, oltre a trovare cartelli di indicazioni in un inglese incomprensibile.

Il forte consiste di vari torrioni, cortili e porte di passaggio. E’ possibile salire sulle mura, che appaiono troppo perfette (rifatte) per essere del 1300. Dopo vari giri giungiamo all’uscita contrapposta, verso ciò che tuttora resta un deserto! L’effetto è notevole, perché rende bene l’idea di ciò che vedevano le carovane che uscivano dalla Cina.

Appena usciti dalla porta principale il sole ci abbaglia e ci restituisce la visione di un deserto popolato solo da cammelli (in realtà messi qui per i turisti).

Alla stessa stregua l’effetto della vista dell’ingresso del forte, a chi veniva dall’esterno, dopo aver superato la parte desertica più dura della Via della Seta, ci appare imponente, con le sue mura altissime, un torrione di guardia che dà l’idea di grandezza, e solo un ingresso che permetteva di entrare nel regno.

Dopo decine di foto, torniamo indietro sui nostri passi. Ormai è pomeriggio inoltrato, e i gruppi enormi di turisti cinesi sono andati via. Il luogo comincia a essere più tranquillo e gradevole.

Rientriamo in hotel e ci riposiamo un po’ prima di uscire per la cena. Fortunatamente c’è un ristorante lì vicino, molto frequentato da locali. All’interno è allestito come un treno sulla via della seta, con scompartimenti e finte finestre sul deserto. Ci danno un menù scritto solo parzialmente in inglese, ma fortunatamente con tutte le foto. Ceniamo con zuppa di verdure, spiedini di pecora e pesce brasato! Il locale, ormai pieno, risuona delle urla ritmate di un gruppo di uomini in evidente stato di ebbrezza, che in uno “scompartimento” fa un gioco con le mani simile alla morra.

Il giorno dopo, 12 settembre, inizia un po’ storto: non troviamo la sala per la colazione e ci perdiamo nell’hotel! Con un ascensore, premendo un tasto con un segno particolare (che ingenuamente scambiamo per quello del ristorante) finiamo infatti al piano dove si trova una specie di SPA, deserto, senza possibilità di riprendere lo stesso ascensore (non ha il pulsante di chiamata!) Dopo vari giri troviamo finalmente un ascensore alternativo e riusciamo a scendere, ritrovandoci all’ingresso di un palazzo adiacente l’hotel. Rientriamo dall’esterno e finalmente ci facciamo indicare la sala. Colazione ottima e abbondante; proviamo il “melone-pera“, molto buono, e vari dolcetti caratteristici.

Usciamo e, in taxi, ci dirigiamo alla muraglia “aggrappata”, una piccola sezione della grande muraglia che parte dalla fortezza, a 6 chilometri da lì, costruita seguendo la forma delle montagne (da cui il nome). Il tratto è percorribile e fortunatamente non troppo turistico. Col sole la luce è perfetta, anche se fa un po’ caldo. Presto capiamo il motivo per cui c’è poca gente: bisogna fare un sacco di scale anche ripide e irregolari. Il luogo è nel nulla anche se dall’alto si vede la città. Facciamo il giro completo, poi ritorniamo sui nostri passi.

Il prossimo treno lo abbiamo nel pomeriggio (uno degli unici due che vanno a Dunhuang) quindi compriamo il pranzo e andiamo a consumarlo nei giardini intorno al lago (artificiale), vicino all’albergo. Non c’è nessuno, ma perlomeno gli alberi ci salvano dalla calura. Recuperiamo i bagagli e andiamo in stazione per la prossima tappa.

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