Il 3 settembre facciamo la nostra prima esperienza di treno in Cina: una linea veloce ci porterà da Lijiang a Shangri-La. Sperimentiamo l’ingresso con controllo passaporti e bagagli, ed il check-in al gate della stazione. Passiamo senza intoppi: significa che le prenotazioni “ticketless” fatte sul sito delle ferrovie cinesi funzionano (il nostro unico titolo di viaggio è il passaporto).

Dopo il check-in, tutti si predispongono sul binario di fronte ai video-totem corrispondenti alla propria carrozza: tutto è tecnologico, ordinato e controllato da innumerevoli inservienti. Saliamo sul treno, moderno e pulitissimo, troviamo i nostri posti prenotati e ci godiamo il viaggio di circa un’ora e mezza in un susseguirsi di gallerie e cavalcavia spettacolari.

Nel 2001, il governo cinese, allo scopo di incentivare il turismo, ha ribattezzato la contea di Zhongdian con il nome di Xiānggélǐlā, ovvero Shangri-La. La motivazione ufficiale è che il luogo sembra essere quello geograficamente più simile a quello descritto da James Hilton nel suo romanzo “Orizzonte perduto”. Nelle vicinanze di Shangri-La sorge il complesso monastico tibetano di Songzanlin, attrazione principale della città e meta finale della nostra gita.

La stazione suburbana di Shangri-La affaccia su una grande piazza ornata con grandi ruote di preghiera, a sottolineare l’identificazione della città con il monastero. Fa meno freddo del previsto, considerando che siamo a quota 3.200 metri.

Prendiamo un taxi verso il monastero; lungo la strada notiamo molta attività: un andirivieni di camion riforniscono di materiale i cantieri di palazzi in costruzione. Le strade stesse sono nuove e ancora troppo vuote; le case sono spesso racchiuse in una specie di serra, sicuramente per contrastare il rigido clima invernale.

Giunti al capolinea, troviamo la biglietteria del monastero, enorme e superorganizzata, con totem self-service (in cinese). Fortunatamente c’è anche un desk dove, dopo aver controllato i passaporti, ci suggeriscono il biglietto inclusivo di navetta (la strada a piedi è lunga).

La maggior parte delle persone vestono abiti tradizionali con pellicce e copricapo ornamentali (questa volta etnia tibetana). Noi siamo tra i pochissimi in abiti “normali”.

Costruito nello stile del Palazzo Potala di Lhasa, il complesso monastico si erge su una collina e comprende svariati templi.

Salire i 146 gradini che conducono alla terrazza principale può essere un esercizio faticoso a 3.200 metri; noi veterani escursionisti alpini non abbiamo difficoltà ma i cinesi non sembrano molto allenati perché ne vediamo alcuni (anche giovani) che respirano aria da una bomboletta: scopriamo poi che ci sono diversi distributori di bombolette di ossigeno!

Gli edifici sono magnifici, con tegole di rame placcate in oro e ricche modanature.

Al termine della scalinata, la terrazza o piazzale principale con le sue ruote di preghiera dà accesso ai templi maggiori.

Procediamo con la visita rispettando rigorosamente il senso orario.

La sala principale al centro del complesso è coloratissima, sostenuta da 108 imponenti colonne, e può ospitare circa 1.600 lama.

Poiché Songzanlin è affiliato alla setta Gelugpa o Cappello Giallo del buddismo tibetano, che è l’ordine sia del Dalai Lama che del Panchen Lama, in tutto il monastero si trovano riferimenti alla storia e alla filosofia della setta.

Tra i tesori del monastero vi sono rare scritture buddiste scritte su foglie di palma, utilizzate dai precedenti Dalai Lama e Panchen Lama, nonché diverse sculture ricoperte d’oro di Siddartha.

I colorati murales raffigurano divinità custodi, scene della vita di Siddartha e la “ruota dell’esistenza” con i cicli di morte e rinascita.

Notiamo le tantissime offerte (come d’uso nei templi buddisti – ne vedemmo in Birmania e Thailandia) tra cui anche burro di yak modellato a forma di “stupa”.

Approfittiamo dell’assenza di monaci per fare foto al luogo che merita assolutamente.

Le altre basiliche non sono da meno. Contornate da statue enormi, altissime, in oro e argento, “custodiscono” vari Lama e Buddha.

Dopo due ore di visita, ormai soddisfatti, facciamo un pranzo veloce, usciamo dal monastero e torniamo con la comoda navetta fino alla biglietteria per poi dirigerci verso la citta vecchia di Zhongdian.

Non passano autobus, quindi ci affidiamo a un taxi che per meno di 1 euro ci lascia alla “Porta della città“.

Entriamo e restiamo un po’ delusi dal caos eccessivo: a differenza di Lijiang le stradine non sono pedonali (probabilmente perché il paese si inerpica su colline) e i motori a scoppio fanno un gran fracasso. Inoltre le “mura antiche” sono in realtà vistosamente rifatte.

Facciamo comunque un giro della cittadina, con le sue case e locande caratteristiche in legno lavorato. Troviamo anche qui persone in abito tradizionale, e i negozi sembrano eccessivamente orientati ai turisti. Ultima nota stonata è il “museo della lunga marcia”, preceduto da un monumento ai “salvatori” del Tibet, con tanto di Monaci che ringraziano le truppe cinesi…

Torniamo alla stazione e riprendiamo il treno per Lijiang, dove ci rifocilliamo con una buona cena e andiamo a riposare: domani si parte per Dali.

Lascia un commento