
25 aprile, con il taxi fino alla stazione. Arriviamo mezz’ora prima perché abbiamo letto ovunque che ci sono i controlli da passare. Arriviamo e.. i controlli non ci sono! Ci leggono i biglietti con lo scanner e li timbrano, neanche guardano il passaporto, tutto in cinque secondi.
La stazione è gremita di turisti di mezza età (sob) e puntualmente arriva il treno. Il convoglio è super: aria condizionata, modernissimo e veloce. A bordo gli steward vendono cestini di frutta e gelato.
All’arrivo siamo assaliti dai tassisti che sparano prezzi assurdi (20$) per portarci in hotel. Sembra che ci abbiano “puntato”: non ci lasciano in pace e mi chiedo come mai non importunino anche gli altri turisti visto che non sembriamo più ricchi di loro. Fuggiamo, quasi inseguiti, e fatta poca strada troviamo un taxi “normale” a un quarto della cifra (5$). Tutto bene a parte la guida spericolata, ma venendo da una grande città italiana siamo quasi abituati.
All’albergo ci ricevono cordialmente, stanza subito disponibile. Molliamo i bagagli, ci cambiamo (fa circa 30°) e usciamo. Siamo a pochi metri dall'”Ark“, un’enorme cittadella con imponenti mura punteggiate di legni sporgenti e rafforzate da bastioni tondeggianti. Risalente al V secolo, è stata residenza degli emiri (o meglio, dei khan) fino all’invasione dell’armata rossa.
Prima di entrare cerchiamo un mercato per il pranzo: a breve distanza ne troviamo uno, tipico perché frequentato solo da locali, dove compriamo frutta e una specie di pane piatto. Sembra una focaccia ma poi si rivela una pizza di pastasfoglia schiacciata, dura ed elastica, decisamente meno buona del pane di Samarcanda. Consumiamo il pranzo nel giardino di fronte alla moschea Bolo Hauz, sotto i gelsi, che con i loro frutti hanno reso il pavimento totalmente appiccicoso. Scopriremo presto che i gelsi sono molto diffusi, ed essendo l’alimento dei bachi da seta sono ben rappresentativi dell’omonima “via della seta” che stiamo percorrendo..
In piena canicola ci dirigiamo verso l’Ark: ci soffermiamo ad ammirare la struttura esterna delle mura per poi entrare a visitare la “cittadella”, ovvero il forte annesso, che si rivela poco interessante se non fosse per una mostra interna di cimeli storici, tra cui armi e cotte estremamente rudimentali seppur risalenti a soli 200 anni fa.
Dopo la cittadella ci dirigiamo verso la parte antica della città, proprio lì accanto, totalmente pedonale. La prima piazza è da cartolina: anche se meno imponente del Registan di Samarcanda, racchiude anch’essa un complesso di edifici, il Po-i-Kalyan, con le tipiche tre architetture: la moschea Kalyan, il minareto Kalyan, la madrasa Mir-i Arab.
Nella calura, all’ombra degli onnipresenti gelsi, proseguiamo per le stradine pedonali, passando attraverso un bazar (Taki-Zargaron). Visitiamo altre madrase non restaurate e, per questo, ancora più affascinanti. Girelliamo ancora un po’ e torniamo in hotel per riposarci prima della cena in un piccolo ristorante locale.
Il 26 aprile, di prima mattina, dopo una colazione tipica a base di latte, uova e carne, usciamo con l’aria ancora fresca.
Ci dirigiamo subito verso il centro, superiamo il bazar Taki-Sarrafon e, attraverso stradine interne, arriviamo al Khanqah Nodir Devonbegi, un’antica residenza per mistici sufi, e all’antistante madrasa di Nadir Divanbegi (particolarissima la facciata con i mitici uccelli simurg).
Ci spingiamo poi verso la periferia della città. Passiamo per stradoni dove ogni casa è un hotel, per poi inoltrarci in una serie di vicoli cercando (non senza difficoltà) il Char Minar, una madrasa con struttura particolare, a “sedia rovesciata”, del 1807.
Nel pomeriggio bighelloniamo per la città. Visitiamo il parco vicino l’albergo, dove si trova il mausoleo di Ismail Samani, un importante emiro della dinastia Samanide, costruito nel 905 e ritenuto uno dei migliori esempi di architettura dell’Asia Centrale.
Aspettiamo poi la sera per ripartire in treno: faremo il viaggio in notturna verso Khiva.




























