
Il viaggio in treno da Jiāyùguān a Dunhuang è lungo. Attraversiamo distese infinite di deserto con tralicci, pale eoliche, pannelli solari, centrali, nonché camion polverosi su piste. Il deserto all’inizio è nero, poi si intervallano zone verdi accanto a villaggi di case di fango e paglia, infine bianco.
Restiamo sorpresi dalla città di Dunhuang: un villaggio vivace e turistico in netto contrasto con la desolazione del deserto che lo circonda. Abbiamo il pickup dell’albergo, che funziona comunicando via Wechat (in cinese, per fortuna Wechat ha un traduttore incorporato).
L’hotel è di tipo cinese moderno, senza la minima traccia di occidentale. Perfino il nome del WiFi è scritto in cinese. Posiamo tutto e usciamo per la cena.
Fortunatamente siamo già in centro, nella zona pedonale, adiacente alla “food street“, animatissima, e piena di luci e piccoli banchetti e/o ristorantini dove prendere tutte le specialità locali. Troviamo ottimi wantong in brodo. Al termine ne approfittiamo per fare un giro della zona, piena di gente (cinese) con addirittura uno spettacolo di canto da un balcone. Il tutto sotto il vigile controllo di un poliziotto su una postazione rialzata.
A sera inoltrata rientriamo in albergo, nonostante continui a esserci gente e animazione per le strade.
La mattina dopo, il 13 settembre, andiamo a fare colazione (valida anche se esclusivamente di tipo cinese) sul rooftop dell’albergo. L’aria esterna è piuttosto fredda. Restiamo di stucco quando dalla terrazza vediamo che poco più in là, dove la città finisce iniziano direttamente le alte dune del deserto.
Siamo a qualche chilometro dal deserto del Kumtag, noto come “deserto delle montagne di sabbia”, che è parte del più grande deserto di Taklamakan. Le dune superano ampiamente i palazzi di oltre 10 piani.
Usciamo per cercare l’autobus per le Grotte Mogao (UNESCO). O meglio per la biglietteria delle grotte che si trova da tutt’altra parte, dove dobbiamo ritirare i biglietti acquistati on line. Dopo qualche vicissitudine troviamo la navetta, come al solito efficientissima.
Attivati alla biglietteria ci scontriamo con le macchinette automatiche per l’emissione del biglietto che hanno qualche difficoltà a riconoscere i nostri passaporti (il riconoscimento facciale non corrisponde). Neanche capiamo il problema dato che tutto è scritto in cinese. Dopo vari tentativi finalmente riusciamo.
Come al solito è tutto superorganizzato. Entriamo nell’atrio e veniamo accodati ad una lunghissima fila (la prima di varie che incontreremo) per andare a vedere due documentari sulle grotte. A un certo punto sbucano dal nulla due inservienti che ci portano le cuffie per la traduzione simultanea (evidentemente si vede che non siamo cinesi). Alla fine entriamo nella sala di proiezione. I documentari raccontano l’origine e la storia delle grotte, mostrando da vicino le statue e gli affreschi d’epoca compresa tra il IV e il XIV secolo.
Facciamo le foto al filmato dato che sappiamo che nelle grotte non è permesso. Altri due inservienti sbucati dal nulla ci dicono che non si può fotografare neanche il filmato!
All’uscita dal “cinema” noi e gli altri turisti veniamo fatti salire su dei pullman; dopo 15 chilometri arriviamo su un piazzale dove inizia una fila lunghissima per accedere alle grotte.
Ci mettiamo in fila come tutti. La visita è ammessa esclusivamente con una guida e si possono visitare al massimo 8 grotte (non si sa perché). Dopo poco spuntano altri due inservienti che ci chiamano fuori e ci fanno saltare la fila, tra il disappunto di qualche migliaio di cinesi prima di noi. Ci lasciano al punto di ingresso delle grotte dove ci aspetta l’unica guida che parla inglese, insieme a altri 5 stranieri: era questo il motivo per cui ci hanno separato dal resto della fila!
La guida parla bene inglese ed ha le chiavi delle porte delle grotte (che sono normalmente chiuse); ci fa visitare 8 grotte selezionandole tra le più belle e meno affollate. All’interno le grotte sono praticamente stanze scavate nella roccia, buie (la guida ha una torcia per illuminare affreschi e statue). All’esterno sono strane perché ristrutturate fino ad avere l’effetto di un condominio con ballatoi. Ultima tappa è il famoso Buddha gigante all’interno di una grotta/tempio di 9 piani, accessibile solo da terra.
Torniamo all’hotel, fa molto caldo, ci cambiamo con vestiti più leggeri, mangiamo qualcosa e prendiamo un autobus urbano (il n°3) per andare verso una piazza alla periferia della città dove “inizia il deserto”.
C’è una biglietteria per passare; un fermo di internet (disastroso in Cina) ci obbliga a usare i contanti, tra cinesi arrabbiati e inservienti che tentano di spiegarci il problema in cinese.
Il luogo è spettacolare: enormi dune, alte un centinaio di metri appaiono davanti e vicinissime. Purtroppo è pieno di gente che fa di tutto: scala le dune, va in carovana sui cammelli, si fa fare le foto con il solito costume locale, va su trenini turistici.
Facciamo anche noi decine di foto, andiamo a piedi a vedere anche il “crescent lake” una sorgente tra le dune che ha creato un laghetto a forma di mezzaluna, con tanto di pagoda sulla riva. Soddisfatti torniamo all’hotel per doccia e cena.
Il giorno dopo, 14 settembre, dopo un ulteriore visita alle dune con la luce del mattino, prendiamo il bus e andiamo all’aeroporto. E’ finita anche la seconda parte del viaggio, domani iniziamo la Cina Classica. E’ presto, al gate vuoto risaltano i nostri bagagli.




























