21 Settembre: arriviamo a Pechino con un treno veloce e modernissimo. La temperatura è piacevolmente mite: è sera e siamo intorno ai 22 gradi. Prendiamo la metropolitana e raggiungiamo l’hotel, in una zona uffici, tra varie catene di alberghi di lusso. Il nostro è una sorta di residence di lavoro (c’è anche la lavatrice nella stanza), lo abbiamo scelto per il buon rapporto qualità/prezzo visto che è ben collegato al centro.

Siccome è tardi e siamo stanchi, decidiamo per un food delivery (mai sperimentato in Cina) puntando sul cibo standard globale per antonomasia (McDonald’s). Passo passo (con la tenacia di Laura) facciamo l’ordine con l’app di Wechat, superando gli ostacoli della lingua, inserendo l’indirizzo dell’albergo e la stanza in cui stiamo. Dopo circa 20 minuti riceviamo l’annuncio (in cinese, ma lo traduciamo con l’app) dall’assistente virtuale di stanza (tipo Alexa) che il delivery è fuori dalla porta e sta aspettando. Apriamo la porta e troviamo il robottino di servizio dell’albergo che, con vocina da cartone animato, ci consegna la busta con l’ordine! Fantastico!

Il 22 settembre, dopo una lunga dormita, la colazione dell’albergo ci delude: è molto limitata e per di più servita in una sorta di sala riunioni (a conferma della vocazione dell’hotel).

Usciamo e ci dirigiamo verso il centro: anzitutto diamo un’occhiata esplorativa alla zona di piazza Tienanmen. La piazza è letteralmente circondata da guardie, cordoni di sicurezza e posti di blocco; per entrare occorre prenotare almeno un giorno prima. Prenotiamo tramite un’agenzia online (la app di prenotazione istituzionale richiederebbe un cellulare cinese) in modo da poter accedere domani. Andiamo poi a visitare il cosiddetto “tempio Lama”: lo Yonghe Gong.

C’è molta gente, forse perché è tra i pochi siti aperti di lunedì. E’ un monastero buddista in stile tibetano, costruito nel 1694. Attraversiamo i cortili su cui affacciano svariati edifici consecutivi, assediati da folle oranti e fumo d’incenso. All’interno i templi sono colorati come quelli di Shangri-La, anche se molto meno appariscenti. Il più grande è il Palazzo delle Diecimila Felicità, nell’ultimo cortile. Custodisce una statua lignea di Maitreya, alta ventisei metri (di cui otto sotto terra!) e intagliata in un unico tronco di sandalo!

Usciti dal tempio, ci inoltriamo negli adiacenti “hutong“. Si tratta, come sapevamo, di vicoli formati da file di siheyuan: vecchie casette popolari, in parte riqualificate ma per la maggior parte ancora degradate e impenetrabili (micro viuzze, non si capisce se si entra a casa di qualcuno).

Troviamo una via più grande che attraversa l’hutong, pedonalizzata e convertita in zona commerciale con piccole botteghe.

Troviamo anche un ottimo negozietto di sfogliatine ripiene di carne (Tongguan Roujiamo) appena sfornate, perfette per il pranzo. Girelliamo ancora un po’ poi ci dirigiamo verso il “Tempio del Cielo”, un tempo usato per il culto officiato dall’imperatore al “Cielo”.

Gli edifici del Tempio del Cielo purtroppo sono chiusi, ma visitiamo il parco e li vediamo dall’esterno. Anche qua è pieno di gente.

Torniamo in albergo, ci riposiamo per 10 minuti e riusciamo per la cena. Troppo stanchi di camminare, optiamo per uno dei piccoli “ristoranti da ufficio” nei dintorni e ci rifocilliamo con noodles e wanton.


23 settembre, colazione in camera “autogestita” (succhi di frutta e biscotti). Usciamo per dirigerci verso la nostra mèta di oggi: la Città Proibita (prenotata anticipatamente).

Abbiamo qualche dubbio sul percorso da fare visto che l’ingresso principale è da piazza Tienanmen e, come già detto, la piazza non è accessibile senza appuntamento (il nostro è nel pomeriggio). Scesi con la metro a Tienanmen, vediamo una fila enorme incolonnata verso la Città Proibita. Seguiamo le frecce e passiamo i primi controlli: scopriamo che si entra da un passaggio laterale che evita di attraversare la piazza. Dopo un chilometro e mezzo di cammino arriviamo finalmente all’entrata, passiamo altri controlli e siamo dentro.

La Città è enorme: un susseguirsi di padiglioni, palazzi e piazze tutte affollate; la pianta è simile a quella dei templi, con edifici in sequenza uno dietro l’altro. Gli edifici stessi però sono vuoti e non visitabili! Si vedono solo alcuni troni.

Visitiamo un terzo muro dei nove dragoni e accediamo al “Tesoro” del palazzo: tre ali dedicate a gioielli, oggetti preziosi e manufatti pregiati. Tutto molto bello e particolare, anche se non così impressionante rispetto ad altri “tesori” visti in giro per il mondo.

Usciti dal palazzo ci rifocilliamo nuovamente con gli ottimi Roujiamo locali.

Torniamo poi verso Tienanmen, e stavolta ci mettiamo in coda per accedere. I controlli sono meticolosissimi: ogni persona viene perquisita accuratamente (borse e vestiti). A noi chiedono (fortunatamente in inglese) se la telecamera che abbiamo può proiettare (fortunatamente no), poi si mettono a guardare cosa c’è scritto nei nostri foglietti di appunti (indicazioni turistiche). Alla fine, appurato che non siamo pericolosi, ci fanno passare.

La piazza è davvero enorme. Facciamo le foto “iconiche” e notiamo che qui ci sono ancora più telecamere del solito. Alcuni operai, addetti all’allestimento per i prossimi festeggiamenti di ottobre, si occupano di ripulire gli interstizi del mattonato con apposite spazzole di ferro. Il mausoleo di Mao è chiuso e non riusciamo a visitarlo (dev’essere il destino: ci è capitato anche con i mausolei di Gandhi, Ho Chi Minh, Lenin).

Conclusa la visita andiamo alla stazione degli autobus extraurbani per verificare come raggiungere il tratto di muraglia nei pressi di Mutianyu domani. Una gentilissima addetta ci spiega e ci scrive tutto, segnandoci i numeri degli autobus e le fermate, sia in cinese che in “pinyin” (la versione in caratteri occidentali). Rientriamo quindi in hotel e ceniamo nei paraggi prima del meritato riposo da questa lunga giornata.


24 settembre, sveglia presto. Come da istruzioni ricevute, andiamo in stazione a prendere il bus per Mutianyu. Siamo gli unici occidentali e il viaggio dura un’ora e mezza. Arriviamo prima in una cittadina lungo la strada, con gli anacronistici grovigli di cavi sospesi tipici delle aree in via di sviluppo, tappa intermedia per cambiare autobus.

Dopo un bel po’, veniamo “adescati” da un tassista che, parlando in cinese ma facendosi capire a gesti, convince noi e una giovane coppia cinese a prendere il taxi insieme, per la modicissima cifra di 10 Yuan a testa (circa 1,20 €). Ovviamente accettiamo. Attraversiamo campi coltivati e, dopo un’altra mezzora, arriviamo a destinazione.

Come al solito è tutto molto organizzato, ma non eccessivamente affollato.

Ci sono varie opzioni per salire e scendere dalla muraglia: con le scale o in funivia, più il toboga per la discesa (una specie di scivolo lunghissimo).

Noi naturalmente saliamo a piedi, come già fatto sulla tratta occidentale della muraglia. La scalinata è bella lunga e fa piuttosto caldo, ma per fortuna qua c’è il bosco a proteggerci. Dopo un bel po’ di gradini arriviamo in cima alla muraglia.

E’ molto estesa e il percorso suggerito ne copre un bel tratto. C’è sicuramente più gente rispetto alla tratta occidentale. Dopo un’ampia passeggiata, tra salite e discese ripide, ritorniamo sui nostri passi e, non essendoci altre opzioni, per una volta ci fermiamo a mangiare al centro turistico, in un bistrot con prezzi quasi occidentali.

Torniamo a Pechino, stavolta con l’autobus locale (che passa subito) più quello extraurbano, che ci riporta in stazione.


25 settembre, ultima giornata di visita. Andiamo al Palazzo d’Estate, antica residenza imperiale circondata da un parco e da un lago. Ci sono tanti cinesi. Il parco è molto grande, con strutture d’epoca in buona parte rifatte in cemento, o in qualche caso scomparse (resta solo la descrizione).

Giriamo nei vialetti e verso il grande lago. Non è particolarmente impressionante ma di sicuro è un luogo caratteristico. Mangiamo qualcosa ai chioschi interni.

Qui Postepay ci rovina la giornata bloccando la carta di credito per sospetta frode al momento di pagare un panino (0,5€). Richiesto lo sblocco, ogni tentativo di spesa successivo porta nuovamente a un blocco della carta. Fortunatamente ne abbiamo un’altra e ci salviamo collegandola alla app.

Ci spostiamo verso luoghi meno storici per andare a vedere il cosiddetto “mercato della seta”, di cui però restiamo molto delusi in quanto si tratta solo di un moderno centro commerciale per turisti, con copie di grandi marche.

L’ultima sera ceniamo un locale tipico e ben recensito, ma che in fin dei conti si rivela meno genuino degli altri. Le grandi strade commerciali che attraversiamo ostentano i loro grandissimi negozi, simbolo della moderna e rampante Cina che domani lasceremo. Ma il saluto più bello è quello di un bellissimo gattone, tipico di queste parti e con il musetto schiacciato: simbolo della fortuna in Cina, è l’augurio per il nostro buon rientro a casa e – chissà – per il nostro ritorno, un domani..

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